Earlybird. E’ questa l’ultima idea di Twitter per iniziare a capitalizzare in termini di business tutta la popolarità e l’utenza che si è aggregata attorno al popolare servizio di microblogging. E’ molto semplice e lineare, e parlando di Twitter non poteva essere altrimenti. Si tratta di un account in cui verrano presentate delle offerte istantanee, visibili naturalmente ai follower di quell’account.
In fondo l’idea mette insieme alcune intuizioni innovative che hanno caratterizzato il panorama recente dell’e-commerce e del microblogging:
1. L’interessante case history di Dell (e di altre aziende), che usa il suo account Twitter per proporre delle offerte istantanee ai propri follower.
2. Il modello di business di Woot, il negozio di e-commerce che offre un solo prodotto al giorno ad un prezzo basso, in totale controtendenza con tutti gli e-commerce del mondo, che cercano nella completezza dell’offerta il vantaggio competitivo.
3. Il semplice ragionamento che, almeno per ora, il successo su Twitter si possa misurare in base al numero di follower, alla vastità della platea. Se Twitter, riesce a creare un’ampia platea che si raduni sotto un canale ufficiale, in fondo si troverà a vendere contatti commerciali, come tutte le società che vendono spazi su Internet.
Ad oggi, questi contatti sono 28543. Ed il tassametro corre. Bisogna vedere quanto correranno le conversioni.
P.s. Leggete le Faq su Earlybird, assolutamente: sono il solito capolavoro di scrittura per il web made in Twitter.
Se siete utenti Facebook (e vi interessa molto l’Internet Marketing), avrete cominciato a notare le pubblicità che popolano il social network. Tra le più interessanti ci sono indubbiamente quelle di Google. Sono interessanti perché si sforzano di estendere la logica del servizio all’advertising.
Non sapete dove guardare la partita stasera? State guardando su Facebok se i vostri amici organizzano qualcosa, ma nessuno vuole mettere a disposizione casa sua? Google ha la soluzione, naturalmente. Già, Google, non Facebook.
A cinque anni dalla sua nascita, YouTube, il più famoso sito di video sharing al mondo, conta oltre 11 milioni di utenti unici al mese solo in Italia, ed è quindi un mezzo potentissimo da sfruttare per l’advertising online.
Per fare advertising su YouTube le strade possibili sono due:
- Classica sponsorizzazione con banner o video in home page (o pagine interne), che garantisce un altissimo numero di impression ma non è certamente alla portata di tutte le “tasche” (stiamo parlando come minimo di cifre a 4 zeri per un solo giorno di pubblicità…);
- Video sponsorizzati gestiti tramite piattaforma AdWords, come se si trattasse di una qualsiasi campagna SEM sulla rete di contenuti (in questo caso YouTube).
In questa sede voglio soffermarmi su questo secondo strumento, a mio parere molto più interessante, poiché permette di gestire l’advertising direttamente e giorno per giorno, pagando con modalità pay per click. Questa nuova funzione di AdWords per YouTube è disponibile in Italia solamente da pochi mesi, e grazie al livello di concorrenza ancora abbastanza scarso, i CPC sono decisamente contenuti.
Ma come funziona esattamente? È molto semplice: è sufficiente creare una classica campagna AdWords e attivarla anche sulla rete di contenuti, selezionando appunto il sito YouTube; dopodichè, invece di scrivere il solito annuncio di testo, è necessario creare un “annuncio video” (che è una delle modalità messe a disposizione di default dall’interfaccia) caricando un video già presente su YouTube. Attenzione, il video che decidete di utilizzare deve già essere stato caricato in precedenza su YouTube, non si possono inserire video ad esempio effettuando il download da pc. Et voilà, il gioco è fatto!!
In meno di 3 minuti inizio la mia campagna: ovviamente i video sponsorizzati appariranno solo per determinate parole chiave inserite dall’utente, e solamente nelle zone dedicate (in alto e a destra della ricerca organica).
Le regole del gioco sono le stesse di una qualunque campagna SEM: asta su offerta dinamica, indice di qualità, CPC, etc…. e ovviamente potrò impostare liberamente il budget di campagna senza nessun limite minimo (volendo anche pochi euro al giorno sono sufficienti).
Le aziende che utilizzano questo strumento sono ancora pochissime e il costo per click per ogni parole chiave è ancora molto basso: dunque è bene cogliere la palla al balzo e approfittarne finchè si può!
Il futuro dell’internet marketing in Cina si chiama Baidu, il motore di ricerca mandarino, che controlla quasi il 60% del mercato online cinese. Se si considera che attualmente gli internauti cinesi sono 384 milioni, e che questo numero è destinato ad aumentare nei prossimi anni (data anche la delicata situazione con Google.cn), le prospettive per Baidu sono decisamente positive.
Come tutti i motori di ricerca che si rispettino anche Baidu offre la possibilità di effettuare campagne SEM tramite key-words advertising grazie a Baidu P4P Service.
Il meccanismo di funzionamento si basa sempre sul CPC su asta dinamica, e la logica è del tutto simile a quella di una campagna AdWords. Per noi occidentali l’interfaccia non è altrettanto intuitiva, essendo completamente in lingua cinese.
Se conoscete la lingua potete armarvi di buona pazienza e divertirvi a perlustrare l’interfaccia che trovate a questo indirizzo.
Un’ottima opportunità dunque per tutte le aziende italiane che esportano in Cina, soprattutto alla luce della recente diatriba tra Google e il Governo Cinese.Il motore di ricerca cinese venne fondato nel 2000 da un ex di Google, Li Yanhong, grazie al venture capital americano e con una partecipazione iniziale proprio di Google. La multinazionale di Mountain View rivendette quella quota nel 2006, quando creò il proprio sito in mandarino.
Li Yanhong nel suo paese è diventato un vero e proprio idolo per i giovani che sognano un futuro nell’industria hi-tech.
Negli ultimi anni però la reputazione di Baidu non è stata proprio “senza macchia”: il motore di ricerca cinese è infatti stato accusato dall’ong GlobalVoicesOnline.org (organo di vigilanza sul rispetto delle libertà su Internet), di oscurare i siti sgraditi alla censura cinese in modo ben più radicale di quanto facesse Google prima della “ribellione”. Come se non bastasse è stato più volte sfiorato dai sospetti di corruzione e conflitto d’interessi.
Dietro il successo di Baidu c’è però la capacità di Li Yanhong di configurare il proprio motore di ricerca nel modo più adatto all’uso del mandarino, e sbaragliare la concorrenza di Google.cn. Il nome Baidu infatti significa “cento volte” e richiama un’antica poesia d’amore della dinastia Song.
Quindi perché non trasformare una minaccia in un’opportunità? Sono già molte le aziende che hanno deciso di investire in SEM su Baidu, tra le quali Nike, IBM, BMW e Nivea, solo per citarne alcune. Queste aziende hanno capito che per raggiungere il mercato cinese bisogna parlare la stessa lingua, pensare allo stesso modo, e quindi utilizzare il motore di ricerca che meglio rispecchia la cultura del consumatore finale.
Oggi parliamo di advergames, ovvero una forma di advertising online che parecchio si allontana dalle forme di comunicazione tradizionali alle quali siamo stati abituati. L’advergame (detto anche game advertising o ancora in-game advertising), è un tipo particolare di pratica che consiste nello sfruttare i videogame, da quelli in flash ai più sofisticati per consolle, all’interno delle proprie campagne di marketing. I videogiochi, infatti, rappresentano un’ottimo canale di comunicazione sia per reclamizzare e pubblicizzare specifici prodotti o brand, sia per veicolare specifiche idee e concetti. Si tratta di uno strumento decisamente pullche garantisce un alto livello di coinvolgimento ed una esposizione dell’utente al brand pubblicizzato sicuramente maggiore rispetto ad altri strumenti di advertising utilizzati su vecchi e nuovi media.
Vi sono due macrocategorie fondamentali di advergame :
I giochi che nascono con il preciso scopo di veicolare un messaggio promozionale e pubblicitario.
I giochi che, pur nascendo con scopi autonomi, veicolano al loro interno messaggi pubblicitari con fini differenti.
La prima macrocategoria trova la sua concretizzazione più naturale nei giochi in flash, che l’utente può giocare online oppure scaricare sul proprio pc; questi non richiedono competenze e costi di sviluppo particolarmente elevati e risultano comunque molto efficaci soprattutto per la loro viralità, specie considerando la loro diffusione attraverso portali e siti dedicati.
Figura 1. Advergame su videogioco in flash
La seconda macrocategoria è tipica invece dei videogame più sofisticati e, in particolare, di quelli sportivi, sfruttando spesso i cartelloni digitali come veicolo per la promozione dei prodotti. Ma la realtà dei fatti, e questo potrebbe apparire particolarmente innovativo ai più, non si ferma ai semplici prodotti. L’ultima, assai soddisfacente, campagna propagandistica di Obama ha sfruttato – in parte – i videogame per proporre il ben noto “change”. Cartelli con l’immagine presidenziale sono apparsi in videogame della Electronic Arts per console X-Box. Un indicatore davvero interessante delle tendenze in atto.
Figura 2. Cartellone digitale in "Burnout Paradise" di EA
Andiamo a scoprire invece quelle che sono le microcategorie di advergames utilizzabili, ovvero a quali modelli ricorrere a seconda di ciò che si vuole ottenere dall’utenza o ciò che si spera di suscitare nel pubblico. Le variabili in tal caso saranno il prodotto o l’idea da pubblicizzare e il modo in cui si intende farlo. Avremo quindi:
Giochi di tipo associativo, in cui c’è una correlazione non diretta, ma comunque presente tra il gioco e il brand in questione. Ne sono un esempio i cartelloni di sponsorizzazione disseminati nei vari giochi a sfondo sportivo.
Giochi rappresentativi del brand: in cui l’oggetto stesso, o l’idea, o il prodotto diventano parte e – a volte – scopo stesso del gioco. La correlazione è diretta ed evidente. Questa pratica è molto diffusa nella categoria dei giochi flash a cui prima si faceva riferimento.
Tipologie dimostrative che ricalcano le caratteristiche originali del marchio senza alterarle o modificarle in alcun modo.
Giochi a competizione, che risultano particolarmente efficaci nel caso in cui il prodotto sia di particolare valore o particolarmente riconosciuto a livello sociale. In giochi come questi l’ingrediente fondamentale è – quasi sempre – la possibilità di sfidare amici e sconosciuti in multiplayer, aggiungendo una buona dose di competitività alla scena.
Di tipo educativo o divulgativo, in cui ciò che conta è far passare prima di tutto un messaggio e poi vendere un prodotto. Sono un esempio di questi giochi quelli dedicati a particolari tematiche di ordine sociale o legati a contesti specifici. I più giovani risultano essere il target ideale.
E’ sempre bene considerare esattamente che cosa si vuole ottenere con la creazione di un prodotto del genere e stabilire, in funzione degli obiettivi una metodologia e un impianto di progettazione. Se ben gestiti possono essere uno strumento estremamente interessante e potente in grado di dare la giusta visibilità a ciò che vogliamo.
È bene fare un breve accenno anche a possibili effetti indesiderati che possono sussistere, primo fra tutti l’affermazione del gioco sul prodotto. Non sono rari i casi di esperimenti di questo tipo che hanno visto il prevalere del ludico sul pubblicitario. In casi come questi è necessario chiarire che il divertimento non è scopo prioritario (anche se importante) e non deve essere valorizzato in maniera eccessiva. D’altro canto non è nemmeno pensabile il contrario: l’eccessiva “commercializzazione” del tutto appiattirebbe ogni possibile relazione con l’utenza. Un corretto bilanciamento tra questi due poli rappresenta sicuramente la strategia migliore per garantire il successo di un videogame creato apposta per commercializzare un prodotto.
Questa nuova tipologia di advertising è destinata a crescere sempre di più in futuro. Le aziende più all’avanguardia investono sempre più capitali nella creazione di tali strumenti e nella gestione di tali dinamiche. Lo scopo – come sempre – è quello di assicurarsi una fetta sempre maggiore di utenze raggiungendo sempre più persone.
È erroneo pensare che queste soluzioni siano impiegabili esclusivamente da grossi brand: anche le PMI italiane possono trovare in soluzioni di questo tipo un utile compromesso tra costi di produzione e ritorno pubblicitario, certo è che tutto dipende da ciò di cui abbiamo bisogno.
Come sempre la soluzione pubblicitaria migliore è quella più adatta alle nostre esigenze.