Da questa settimana Google mette a disposizione una nuova funzione per tutti gli inserzionisti AdWords: il REMARKETING. Si tratta di uno strumento che consente di riconoscere gli utenti che hanno già visitato il sito web dell’inserzionista, e raggiungerli con un messaggio personalizzato mentre navigano nei siti della rete di contenuti di Google.
Ma come funziona esattamente? Poniamo il caso di alcuni acquirenti online alla ricerca di occhiali da sole: visiteranno diversi siti, tra cui quello dell’inserzionista, ma potrebbero poi abbandonare il sito senza avere effettuato l’acquisto. Grazie al remarketing l’inserzionista sarà però in grado di raggiungere nuovamente questi potenziali clienti mentre stanno navigando su altri siti web, con un invito all’azione coinvolgente o con un’offerta che li stimolerà a ritornare al sito web per completare un acquisto.
Tutto ciò avviene mediante una piccola porzione di codice (tag di remarketing) incorporata nella pagina del sito all’interno della quale l’inserzionista decide di tracciare l’utente: potrebbe essere la home page, il modulo di richiesta informazioni, la pagina con le specifiche prodotto, etc… Questo codice indica ad AdWords di salvare i visitatori in uno speciale “elenco”, e successivamente sarà possibile creare una campagna AdWords che indirizzi i messaggi solo alle persone presenti in questo elenco mentre stanno navigando sul Web.
Allo stesso modo, l’inserzionista può pubblicare annunci attraverso la Rete di Contenuti di Google e indirizzarli a chiunque abbia visitato il suo brand channel su YouTube o abbia cliccato su un suo annuncio di YouTube in homepage.
In colclusione possiamo dire che tutto questo giova all’utente che vedrà pubblicità inerente ai prodotti ricercati, all’inserzionista che potrà mostrare l’annuncio ad un target effettivamente interessato, e a Google che ottimizzerà il proprio strumento per l’advertising online.
Archivio di marzo 2010
La Cina, e in particolare il proprio governo, sembra fortemente intenzionata a dichiarare guerra al web. Dopo la diatriba con Google ecco che anche GoDaddy, il più importante registrar del mondo annuncia in modo secco e senza fronzoli di ripensamento, la propria decisione di non accettare più domini .cn. Dopo le ultime vicessitudini che hanno coinvolto google il governo cinese espande la propria politica di intrusione nella privacy delle persone e delle grandi potenze del web (tra cui Google e GoDaddy). Il primo caso lo abbiamo già visto, ma grosso clamore sta avendo il secondo: se le primo c’è stato comunque un tentativo di riconciliazione, nel secondo caso la decisione è stata immediata e categorica. La motivazione è stata semplice: il governo asiatico pretende tutti i dati di registrazione delle persone che registrano un dominio, compresa la copia dei documenti validi per la registrazione ed una foto. La goccia che hatto traboccare il vaso però, è stata la volontà di rendere questa legge retroattiva per tutti i domini registrati (considerando il numero, una enormità), nonchè il recente attacco denominato DDos ( Distributed Denial of Services attack) che oltre ad aver colpito decine di domini legati a GoDaddy, ha avuto anche altre vittime illustri come Yahoo, CNN o eBay.

Dato che all’azienda si è aggiunta anche Network Solution e che comunque i vecchi domini (per il momento) rimarranno .cn ma senza la divulgazione dei dati, rimane da capire se seguiranno la scia di Google dirottanto il proprio business su Hong kong, oppure sceglieranno un’altra strada.
Ora si apre e si solidifica un nuovo panorama del world wide web, ovvero vedere e provare a prevedere come gli altri grandi colossi del web gestiranno questo “The Grat firewall”, ma anche a livello interno visto che comunque la perdita di Google, GoDaddy e Network Solution hanno comunque provocato la perdita di posti di lavoro e di entrate monetarie.
Chissà che il tutto non venga trasportaro anche off line.
Tags: censura, cina, go daddy, GooglePost correlati
E’ da qualche giorno disponibile anche nella versione italiana di Google, un’opzione che farà senza dubbio la felicità di tutti i curiosoni che bazzicano per il web. Stiamo parlando del “Google real time search”, un’opzione dei risultati di ricerca che ci restituisce solo i risultati più recenti tra le SERP, aggiornandosi oltretutto in tempo reale sotto i nostri occhi. Provate a scrivere Berlusconi (ne scelgo uno a caso…) e potrete notare un tasso di aggiornamento a dir poco importante. Ma tra le opzioni di ricerca, a mio avviso, ve n’è una ancora più interessante, che altro non è che un derivato di quella appena descritta. Sto parlando dell’opzione “aggiornamenti”, che tra i risultati più recenti filtra solamente quelli provenienti dai social network, e in particolare Facebook, Twitter, Myspace, Frienfeed, Jaiku e Identi.cah. Quindi se un giorno ci svegliamo e sentiamo un viscerale desiderio di curiosare su questo o quell’altro argomento (o su questo o quell’altro Brand aziendale), altro non dobbiamo fare che chiederlo a Google.
Con questa novità il motore di ricerca di Sergej Brin e Larry Page si candida ufficialmente come principale fonte di “buzz” sul web, offrendo alle aziende la possibilità di sbirciare nello scatolone delle opinioni virtuali.
Ovviamente , ci sono delle restrizioni derivanti dalla tutela della privacy, oltre le quali neanche il prestantissimo spider di Mountain View può andare. Su Facebook, ad esempio, non verranno indicizzati i profili privati ma solamente le fan page che contano almeno 5000 fan all’attivo.
Voi cose ne pensate? Quali saranno le principali conseguenze in termini di reputation management?
Io un’idea me la sono fatta….
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99% è questa la stima fatta dal Financial Times sulla probabilità di vedere Google ed i suoi servizi nel mercato del web cinese.
Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, l’aveva definita come la “relazione bilaterale più importante del mondo“, ma in questi ultimi tempi, complici le molteplici azioni di hackeraggio i rapporti tra le due nazioni e soprattutto tra un’azienda leader mondiale nei motori di ricerca e nei servizi correlati come Google, e un governo rigido e radicato, pieno di ombre come quello Cinese; il nodo politico rimane quindi il principale ostacolo tra la casa di Mountain View ed il mercato cinese.
Qualche giorno fa, il CEO Eric Shmidt, sembrava fiducioso sugli esiti degli utlimi colloqui con le autorità cinesi, ma il diappunto sembra prevalere su tutto:” Ci dispiacerebbe molto abbandonare il mercato cinese, ma Google non applicherà più filtri o censure nel mercato cinese”.
Di rimando, il ministro all’industria cinese, Li Yizhong, dopo i complimenti a Google per il raggiungimento del 30% della quota di mercato, ha commentato in modo poco benevolo le utlime vicessitudini dichiarando che: “se non si rispettano le leggi cinesi, si è irresponsabili e ostili, e si devono affrontare le conseguenze”.
E probabilmente è quello che avevano intenzione di fare già da tempo, forse l’attaco è stato solamente il punto di partenza per la “liberazione” del proprio mercato da fonti esterne come ad esempio l’oscuramento totale youtube, facebook, twitter, blogger e per completare il tutto sembra proprio che la ciliegina sulla torta sia Google.
In questo modo, Pechino e le sue imprese diventano padroni del più grande mercato interent del mondo sul piano del numero di utenti, circa 400 milioni. Tolto bigG, Baidu ed i suoi servizi, diventeranno padroni nei motori di ricerca, yahoo e bingo sono sotto il 3%, e la presenza delle aziende esterne si riduce notevolmente in quanto Amazon arriva appena all’8% nel mercato B2C Retail, Elong (Expedia) circa il 10% sul mercato dei voli, mentre MSN sfiora il 4% nel mercato delle chat. Da tutto questo si evince che la Cina ha ormai il pieno controllo su tutti i contenuti pubblicati nel proprio paese con la facoltà di censurare a proprio piacimento tutti i contenuto messi in rete; d’altra parte però le aziende straniere avrebbero buoni motivi per non investire o smettere di investire nel mercato on line cinese. Si rischia così di creare un precedente molto pericoloso per tutto il mondo del web e della liberalizzazione dei contenuti on line.
Tags: censura, cina, GooglePost correlati
A cinque anni dalla sua nascita, YouTube, il più famoso sito di video sharing al mondo, conta oltre 11 milioni di utenti unici al mese solo in Italia, ed è quindi un mezzo potentissimo da sfruttare per l’advertising online.
Per fare advertising su YouTube le strade possibili sono due:
- Classica sponsorizzazione con banner o video in home page (o pagine interne), che garantisce un altissimo numero di impression ma non è certamente alla portata di tutte le “tasche” (stiamo parlando come minimo di cifre a 4 zeri per un solo giorno di pubblicità…);
- Video sponsorizzati gestiti tramite piattaforma AdWords, come se si trattasse di una qualsiasi campagna SEM sulla rete di contenuti (in questo caso YouTube).
In questa sede voglio soffermarmi su questo secondo strumento, a mio parere molto più interessante, poiché permette di gestire l’advertising direttamente e giorno per giorno, pagando con modalità pay per click. Questa nuova funzione di AdWords per YouTube è disponibile in Italia solamente da pochi mesi, e grazie al livello di concorrenza ancora abbastanza scarso, i CPC sono decisamente contenuti.
Ma come funziona esattamente? È molto semplice: è sufficiente creare una classica campagna AdWords e attivarla anche sulla rete di contenuti, selezionando appunto il sito YouTube; dopodichè, invece di scrivere il solito annuncio di testo, è necessario creare un “annuncio video” (che è una delle modalità messe a disposizione di default dall’interfaccia) caricando un video già presente su YouTube. Attenzione, il video che decidete di utilizzare deve già essere stato caricato in precedenza su YouTube, non si possono inserire video ad esempio effettuando il download da pc. Et voilà, il gioco è fatto!!
In meno di 3 minuti inizio la mia campagna: ovviamente i video sponsorizzati appariranno solo per determinate parole chiave inserite dall’utente, e solamente nelle zone dedicate (in alto e a destra della ricerca organica).
Le regole del gioco sono le stesse di una qualunque campagna SEM: asta su offerta dinamica, indice di qualità, CPC, etc…. e ovviamente potrò impostare liberamente il budget di campagna senza nessun limite minimo (volendo anche pochi euro al giorno sono sufficienti).
Le aziende che utilizzano questo strumento sono ancora pochissime e il costo per click per ogni parole chiave è ancora molto basso: dunque è bene cogliere la palla al balzo e approfittarne finchè si può!
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Le sottoscrizioni, necessarie per il raggiungimento del numero minimo di aderenti richiesto dalla Compagnia Assicurativa, potranno essere inoltrate da tutti gli iscritti Federprivacy che sono interessati. Con l’inasprimento delle sanzioni in materia di privacy, che comporta potenziali picchi fino a 300.000 euro, ma anche oltre, (Rif.Art.44 DL 207/2008), e la conseguente maggiore esposizione da parte dei consulenti privacy che assistono i loro clienti, Federprivacy ha ottenuto a vantaggio dei propri iscritti una convenzione esclusiva con Essebi Insurance Broker, che consente adesso al consulente non appartenente ad un albo professionale riconosciuto, ma d’altra parte iscritto a Federprivacy, di poter stipulare una speciale polizza assicurativa per la responsabilità civile derivante dallo svolgimento dell’attività di consulenza per la privacy, permettendo allo stesso di rimanere indenne da ogni eventuale richiesta risarcitoria avanzata dai propri clienti.(aziende/enti/pubbliche amministrazioni/etc.). Chi svolge l’attività di consulente per la privacy, (classificata come “attività pericolosa” ai sensi dell’art.2050 del Codice Civile), ma non appartiene a nessuna categoria professionale ufficialmente riconosciuta, conosce quanto possano risultare vane le richieste fatte al proprio assicuratore per avere una copertura mediante una polizza per i rischi che corre nello svolgimento del proprio lavoro, (basti pensare ai rischi informatici o giuridici), e se si considera che grazie alla convenzione con Essebi Insurance Broker, il consulente può beneficiare di tariffe analoghe a quelle riservate a professionisti iscritti agli albi professionali, in alcuni casi anche migliorative, possiamo ritenere che non vale proprio la pena di rischiare che una citazione per danni possa mettere in ginocchio la propria attività e colpire il proprio patrimonio, ma anzi, la possibilità di beneficiare di una polizza del genere, costituisce una concreta opportunità di godere di maggiori credenziali come professionista che opera diligentemente sul mercato.
Per effettuare la sottoscrizione preliminare alla polizza RC Consulente Privacy ed analizzarne il contenuto delle condizioni generali, compresi i costi del premio annuo,si può visitare direttamente il sito dell’associazione,
www.federprivacy.it .
Le prenotazioni inoltrate dagli iscritti non sono vincolanti, e dovranno essere confermate al raggiungimento della soglia di prenotazioni richiesta, con sottoscrizione apposito modulo di adesione alla polizza.
Ora non rimane altro da capire in che modo consulenti e società ripartiranno le spese per questa polizza, che comunque avrà un costo e bisognerà capire come ricadrà sugli addetti ai lavori e come invece sui clienti.
In modo analogo sarebbe utile sapere anche come i clienti stessi e gli utenti percepiranno questa nuova ‘opportunità’.
Potrebbero rivelarsi due grandi scenari da dover fronteggiare, in cui il risultato finale potrà decidere le sorti e l’utilità di questa nuova polizza. Ovvero, la maggior parte degli utenti che naviga per il web, non ha la minima idea del giro e di scambio dati che sta dietro all’architettura di un sito web ed al salvataggio dei propri dati. Ormai la questione privacy, che per altro non esiste più, ah una forte importanza in tutto quello che facciamo, soprattutto nel web (basti pensare ai recenti restringimenti eseguiti da Facebook, che però rende pubblica la mail, oppure l’obbligatorietà ad accettare i termini di condizioni al trattamento dati per accedere a funzioni presenti nel sito). Da una parte quindi, la creazione di questa polizza sulla privacy ed una sua divulgazione, potrebbe portare l’utente comune ad aprire di più gli occhi su questo problema rendendo più accurata e selettiva la divulgazione dei propri dati, e dall’altra una maggior preoccupazione dovuta dal fatto che, se c’era un forte bisogno di istituire una polizza assicurativa apposta per la privacy, significa che oltre ad avere una copertura effettiva contro eventuali citazioni per danni, il rischio elettronico o umano, di vedere i propri dati personali in mano a persone “estranee” , non legate alle nostre operazioni con i gestori diretti dei nostri dati è plausibile.
Vedremo poi l’evolversi della polizza che prende vita in questi giorni e se avrà il successo annunciato e voluto!







