Il futuro dell’internet marketing in Cina si chiama Baidu, il motore di ricerca mandarino, che controlla quasi il 60% del mercato online cinese. Se si considera che attualmente gli internauti cinesi sono 384 milioni, e che questo numero è destinato ad aumentare nei prossimi anni (data anche la delicata situazione con Google.cn), le prospettive per Baidu sono decisamente positive.
Come tutti i motori di ricerca che si rispettino anche Baidu offre la possibilità di effettuare campagne SEM tramite key-words advertising grazie a Baidu P4P Service.
Il meccanismo di funzionamento si basa sempre sul CPC su asta dinamica, e la logica è del tutto simile a quella di una campagna AdWords. Per noi occidentali l’interfaccia non è altrettanto intuitiva, essendo completamente in lingua cinese.
Se conoscete la lingua potete armarvi di buona pazienza e divertirvi a perlustrare l’interfaccia che trovate a questo indirizzo.

Un’ottima opportunità dunque per tutte le aziende italiane che esportano in Cina, soprattutto alla luce della recente diatriba tra Google e il Governo Cinese.Il motore di ricerca cinese venne fondato nel 2000 da un ex di Google, Li Yanhong, grazie al venture capital americano e con una partecipazione iniziale proprio di Google. La multinazionale di Mountain View rivendette quella quota nel 2006, quando creò il proprio sito in mandarino.
Li Yanhong nel suo paese è diventato un vero e proprio idolo per i giovani che sognano un futuro nell’industria hi-tech.
Negli ultimi anni però la reputazione di Baidu non è stata proprio “senza macchia”: il motore di ricerca cinese è infatti stato accusato dall’ong GlobalVoicesOnline.org (organo di vigilanza sul rispetto delle libertà su Internet), di oscurare i siti sgraditi alla censura cinese in modo ben più radicale di quanto facesse Google prima della “ribellione”. Come se non bastasse è stato più volte sfiorato dai sospetti di corruzione e conflitto d’interessi.
Dietro il successo di Baidu c’è però la capacità di Li Yanhong di configurare il proprio motore di ricerca nel modo più adatto all’uso del mandarino, e sbaragliare la concorrenza di Google.cn. Il nome Baidu infatti significa “cento volte” e richiama un’antica poesia d’amore della dinastia Song.
Quindi perché non trasformare una minaccia in un’opportunità? Sono già molte le aziende che hanno deciso di investire in SEM su Baidu, tra le quali Nike, IBM, BMW e Nivea, solo per citarne alcune. Queste aziende hanno capito che per raggiungere il mercato cinese bisogna parlare la stessa lingua, pensare allo stesso modo, e quindi utilizzare il motore di ricerca che meglio rispecchia la cultura del consumatore finale.
Mancano solo 9 giorni a San Valentino, la festa degli innamorati. La competizione per le idee regalo è già partita, naturalmente: basta dare un’occhiata alla pagina dei risultati di Google per capirlo.
In questi momenti, si sa, paga la tradizione: il viaggio, la cena, i cioccolatini, i fiori, i gioielli, i peluche, e tutto il resto. Ma c’è chi riesce ad innovare. La prima idea regalo per un dolce San Valentino sono gli M&M’s. Per vedere realizzarsi un San Valentino con meno baci (Perugina), la Mars Inc. punta sulla personalizzazione del suo confetto colorato: cosa c’è di meglio di una manciata di M&M’s incisi con la vostra frase preferita? Il riferimento a me sembra evidente: Apple e i suoi iPod personalizzati, che spopolano già da qualche anno, soprattutto tra chi si scambia dolci pensieri. Per gli M&M’s con l’incisione personalizzata basta qualche euro in meno, ma serve un po’ di creatività in più, visto che lo spazio è quello che è. Nel nostro ufficio è già partito il co-buy, cogliendo anche l’occasione di un battesimo. Se vi state già fiondando su www.mymms.it (ve lo segnalo io, perché mi pare abbia grossi problemi di indicizzazione organica), sappiate che è già tardi per far l’ordine in tempo per la sera del 14 febbraio.

San Valentino M&M's
Ma l’idea regalo più creativa (e più virale) del San Valentino 2010 è quella di Heineken. Sul solco della sua campagna “Are you still with us?“, rivolta al target di chi è in continuo bilico tra le gioie della vita di coppia e quelle degli amici (e, in fondo, ha già scelto gli amici, con i quali si beve molta più Heineken), nasce Beer Gloss, il primo lucidalabbra al gusto di birra. Presentato in maniera magistrale su www.ayswuvalentine.com, con uno video virale che prende in giro il format degli spot sui gloss, tutti lucentezza e long lasting, è l’ennesimo investimento sul brand di un’azienda che sfrutta le leve del viral marketing seguendo l’unica via veramente efficace: quella della progettualità. Sul minisito di Heineken, si può ammirare e condividere l’ultimo viral gift, in grado si sorprendere lei e far gustare a lui il suo vero amore, e si possono anche mandare gli auguri di San Valentino brandizzati Heineken, attingendo da una comunità di amici che stanno dando la loro lettura alla festa degli innamorati, con frasi che sei sicuro di non trovare nei Baci Perugina.
Ah, il Beer Gloss sarà un investimento sul brand, ma nello store online di Heineken è davvero in vendita. A vostro rischio e pericolo, e solo per palati fini.
Oggi vediamo come il Marketing Virale, che solitamente accompagna il lancio di un prodotto o di un marchio aziendale, possa venire in soccorso al vostro preziosissimo sito web, in fase di posizionamento sui motori di ricerca.
Come ben sappiamo le pratiche di “link building” rappresentano una prorità nel momento in cui vogliamo far ben posizionare il nostro sito web sui principali motori di ricerca sul web. Questa operazione richiede non solo determinate competenze tecnico-strategiche assimilabili con anni di pratica e aggiornamenti continui, ma anche una quantità di tempo non trascurabile. Una pratica sostitutiva alla ricerca di link che rimandino al nostro sito è far si che sia la gente a farlo per noi sfruttando il cosiddetto “effetto virale”
Vediamo insieme qualche metodo efficace per applicarlo:
1) Crea dei contenuti di valore
Creare un articolo ben scritto nei contenuti è una prerogativa fondamentale per continuare a farlo lavorare per te più e più volte. La gente vorrà linkarlo automaticamente. Un grande articolo può diventare una macchina da marketing virale.
2) Crea un breve report
Raggruppa un certo numero di tuoi articoli in un unico report di 10-25 pagine. Assicurati di includere i link ai tuoi prodotti e / o al tuo sito web. Offri questo report agli iscritti della tua newsletter o ai proprietari di siti web. Inseriscilo nelle directory di e-book. La libera distribuzione del tuo report creerà un effetto virale.
3) Scrivi un comunicato stampa
Converti uno dei tuoi articoli o altri scritti in un comunicato stampa, poi distribuiscilo ai siti gratuiti e a pagamento che si occupano di comunicati stampa. Non solo otterrai link ad alto valore da questi siti, ma i comunicati stampa ti aiuteranno a generare traffico da parte di persone interessate a te.
4) Social Media
Utilizza i siti di social media come Twitter, Facebook, YouTube e siti di social bookmarking per rendere virali i tuoi contenuti. Invece di passare il tempo a ricevere un link alla volta è possibile generare centinaia di link con questi mezzi di comunicazione sociale e di bookmarking.
5) Directory di articoli
Le più famose directory che si occupano di articoli ricevono milioni di visitatori ogni settimana. Se continuerai a scrivere e inviare articoli originali, essi continueranno a produrre, nel tempo, interessanti risultati per te.
Se riuscirete ad applicare anche solo una buona parte di questi sei consigli, i benefici di traffico per il vostro sito web saranno tangibili e soprattutto avranno una discreta durata nel tempo.

Facebook Toolbar
E’ questa la nuova Toolbar che si appresta ad aggiungersi all’innumerevole serie di bar presenti nella rete e che ogni giorno dobbiamo combattere per non ritrovarci il nostro browser pieno di componenti aggiuntivi che non ci permettono di avere una visuale completa della pagina. La novità? Semplice, questa non è una bar comune, è la bar personale di FACEBOOK!
Ebbene si, dopo il recente cambio delle impostazioni legate alla privacy, dopo la condivisione di pensiari anche via email, ecco in via quasi definitiva anche la possibilità di avere una toolbar tutta bianco blu.
A dire il vero, per la rete non si trovano grandi notizie al riguardo, come a tener a bada ancora l’entusiasmo per per questo nuovo prodotto a marchio Facebook, ma di progettazione non totalmente californiana. Infatti, grazie a progetti open source, gli sviluppatori possono accedere direttamente al codice sorgente per migliorarlo e volendo anche renderlo adatto o crearne ad hoc per tutti browser che al momento sono sprovvisti dell’applicazione apposita: la toolbar in questo momento è installabile solo su internet explorer e firefox. Inoltre un aiuto in più che gli sviluppatori cercano è sicuramente l’adattamento linguistico dato che al momento la toolbar è disponibile in un numero ristretto di lingue tra cui però è presente l’italiano.
Facebook Toolbar Italiano
Con la Tollbar è possibile rimanere sempre connessi con il proprio profilo anche senza essere connessi con il sito di Facebook sempre grazie all’abilitazione dei Cookies che tengono traccia delle informazioni principali per la connessione con la propria pagina di Facebook. E’ presente la barra per cercare informazioni, persone, pagine, gruppi su Facebook, una parte in cui salvare i link preferiti, icona con indici numerici per informarci di notifiche, richieste di amicizia, inviti ad eventi, post nei gruppi, la posta su Facebbok e per ultimo il pulsante condividi; ovvero la possibilità di condividere link, immagini, video presenti nella pagina web che si stà visualizzando. Tutto questo apre unnuovo mondo per gli utenti di Facebook.
A prima vista potrebbe sembrare l’ennesima barra da non avere installata sul proprio browser, ma a conti fatti potrebbe essere una miniera d’oro grezza se pensiamo che Facebook ha:
- in media, 37.7 milioni di visitatori per giorno, con incremento del 181%
- 45 billioni di pagine viste per mese, con incremento del 153%
- un tempo speso sul sito di circa 28 billioni di minuti, tre volte tanto rispetto alla fine del 2008
- in America, il 7% di share totale online proviene dal Social Network
- superato amazon.com in fatto di ricerche interne al sito
Ora non rimane che vedere cosa ne penseranno gli utenti a questa nuova funzione legata al Social Network, se saranno favorevoli all’installazione della toolbar vedendolo come una comodità, oppure come un metodo alternativo per aggirare il discorso privacy e tentare così di acquisire sempre più informazioni riguardo ai propri utenti, come ad esempio i percorsi di navigazione degli utenti ed altre informazioni (come citato anche nell’articolo di download squad.com).
Ma al momento la divulgazione di questo servizio, soprattutto nella nostra penisola è ancora nascosta, magari nell’attesa del momento migliore per divulgare la notizia e di conseguenza l’installazione di questo nuovo prodotto di casa Facebook!
La prima metà di gennaio è solitamente il momento delle previsioni e dei buoni propositi: “le cinque tecnologie che rivoluzioneranno il web”, “le sette cose da fare per rinvigorire il tuo blog”, ecc. Ma quest’anno web marketing managers, esperti di usabilità, creativi e sviluppatori sembrano convergere su una priorità comune: la performance. Performance intesa come velocità di caricamento delle pagine, tempi di risposta rapidi, reattività dell’interfaccia utente… in ultima analisi, come elemento fondamentale della qualità di un sito web.
A parole tutti sottolineano l’importanza della velocità di navigazione, ma nei fatti, quando il sito in questione è il nostro, spesso si tende a relegarlo in secondo piano rispetto ad esempio ai testi o all’impatto visivo, confidando ottimisticamente nel fatto che tanto i nostri utenti “sono più belli degli altri” (particolarmente motivati verso i nostri contenuti, dotati di connessioni veloci e computer performanti…).
Non si fa così. L’evoluzione tecnologica non ha risolto il problema della banda: video, Flash, librerie JavaScript ecc. tengono sempre più in scacco la rete, e la banda continua a essere sottodimensionata per le esigenze del web, il che ha numerose conseguenze in termini di accessibilità e user experience. Ve lo confermo dandovi qualche spunto di riflessione.
- Google: dopo avere sottolineato chiaramente l’importanza della velocità di caricamento ai fini della qualità di una pagina perché strettamente legata alla soddisfazione dell’utente, il principale motore di ricerca mondiale ha ufficializzato che i tempi di caricamento presto costituiranno uno dei parametri fondamentali per l’elaborazione dei risultati
- le mosse degli altri grandi: tutti i top players mondiali mostrano una nuova consapevolezza sul tema, basti pensare a Facebook Lite (di cui abbiamo già parlato tempo fa) o alle recentissime sperimentazioni HTML 5 di YouTube e Vimeo volte a eliminare il collo di bottiglia della tecnologia Flash Video
- le tecnologie di connessione: l’esperienza di Internet in Italia è ancora caratterizzata per lo più da connessioni ADSL insoddisfacenti. La banda larga non decolla, Wi-Max è tabù, numerose aree geografiche nemmeno troppo periferiche viaggiano ancora a 56k… e nel frattempo in un anno gli utenti che si connettono da cellulare o chiavetta USB in Italia sono più che raddoppiati, tutte persone che comunque si adattano a navigare in condizioni restrittive
Una piccola evidenza di tutto questo l’abbiamo avuta anche noi di LEN STRATEGY alla fine dell’anno scorso. Stavamo per partire con una campagna Google AdWords natalizia in LEN STRATEGY con associata una landing page, che per rispettare le richieste del cliente era arrivata a pesare uno sproposito (1,7 MB). Una riscrittura completa del codice dell’ultimo minuto, che tramite tecniche AJAX ha ridotto il caricamento iniziale a soli 160 KB, ha fatto sì che la qualità della pagina per Google schizzasse a 7/10, il che ci ha consentito di essere in primo piano su parole chiave anche molto competitive.
Cosa fare quindi per capire come siamo messi col nostro sito, senza per forza essere degli ingegneri?
- leggere Creare siti web ad alte prestazioni di Steve Souders, guru della web performance già direttore dello Yahoo! Exceptional Performance Group e oggi in Google: magari saltando i passaggi più tecnici, vedrete esposte in modo molto chiaro e sintetico le varie criticità da tenere sott’occhio e le possibili soluzioni
- analizzare il proprio sito (e magari quello dei competitor) con strumenti come YSlow e Google Speed
- monitorare le statistiche di traffico con uno strumento evoluto come Google Analytics (buttate via quel Webalizer, per favore!), in modo da individuare eventuali colli di bottiglia nella navigazione e punti ad alto tasso di abbandono da parte degli utenti
- testare il sito in più condizioni possibili: da reti più lente di quella del lavoro, con computer più vecchi e browser più “imbranati” (leggi: Internet Explorer 6), e magari dal telefonino. Ma soprattutto con altri utenti diversi da voi, per capire il loro grado di soddisfazione nel reperire le informazioni che cercano.
E in generale, se il sito è particolarmente “antico”, questa è davvero l’ultima chiamata per rottamare finalmente quei frameset e quelle animazioni inutili con sotto la scritta “Skip intro” (che magari a suo tempo costarono un sacco di soldi), e fare una revisione delle pagine anche solo a livello di codice. I vostri utenti, compreso il signor Google, apprezzeranno, e magari verranno a visitarvi un po’ più spesso.
Oggi parliamo di advergames, ovvero una forma di advertising online che parecchio si allontana dalle forme di comunicazione tradizionali alle quali siamo stati abituati. L’advergame (detto anche game advertising o ancora in-game advertising), è un tipo particolare di pratica che consiste nello sfruttare i videogame, da quelli in flash ai più sofisticati per consolle, all’interno delle proprie campagne di marketing. I videogiochi, infatti, rappresentano un’ottimo canale di comunicazione sia per reclamizzare e pubblicizzare specifici prodotti o brand, sia per veicolare specifiche idee e concetti. Si tratta di uno strumento decisamente pull che garantisce un alto livello di coinvolgimento ed una esposizione dell’utente al brand pubblicizzato sicuramente maggiore rispetto ad altri strumenti di advertising utilizzati su vecchi e nuovi media.
Vi sono due macrocategorie fondamentali di advergame :
- I giochi che nascono con il preciso scopo di veicolare un messaggio promozionale e pubblicitario.
- I giochi che, pur nascendo con scopi autonomi, veicolano al loro interno messaggi pubblicitari con fini differenti.
La prima macrocategoria trova la sua concretizzazione più naturale nei giochi in flash, che l’utente può giocare online oppure scaricare sul proprio pc; questi non richiedono competenze e costi di sviluppo particolarmente elevati e risultano comunque molto efficaci soprattutto per la loro viralità, specie considerando la loro diffusione attraverso portali e siti dedicati.
La seconda macrocategoria è tipica invece dei videogame più sofisticati e, in particolare, di quelli sportivi, sfruttando spesso i cartelloni digitali come veicolo per la promozione dei prodotti. Ma la realtà dei fatti, e questo potrebbe apparire particolarmente innovativo ai più, non si ferma ai semplici prodotti. L’ultima, assai soddisfacente, campagna propagandistica di Obama ha sfruttato – in parte – i videogame per proporre il ben noto “change”. Cartelli con l’immagine presidenziale sono apparsi in videogame della Electronic Arts per console X-Box. Un indicatore davvero interessante delle tendenze in atto.

Figura 2. Cartellone digitale in "Burnout Paradise" di EA
Andiamo a scoprire invece quelle che sono le microcategorie di advergames utilizzabili, ovvero a quali modelli ricorrere a seconda di ciò che si vuole ottenere dall’utenza o ciò che si spera di suscitare nel pubblico. Le variabili in tal caso saranno il prodotto o l’idea da pubblicizzare e il modo in cui si intende farlo. Avremo quindi:
- Giochi di tipo associativo, in cui c’è una correlazione non diretta, ma comunque presente tra il gioco e il brand in questione. Ne sono un esempio i cartelloni di sponsorizzazione disseminati nei vari giochi a sfondo sportivo.
- Giochi rappresentativi del brand: in cui l’oggetto stesso, o l’idea, o il prodotto diventano parte e – a volte – scopo stesso del gioco. La correlazione è diretta ed evidente. Questa pratica è molto diffusa nella categoria dei giochi flash a cui prima si faceva riferimento.
- Tipologie dimostrative che ricalcano le caratteristiche originali del marchio senza alterarle o modificarle in alcun modo.
- Giochi a competizione, che risultano particolarmente efficaci nel caso in cui il prodotto sia di particolare valore o particolarmente riconosciuto a livello sociale. In giochi come questi l’ingrediente fondamentale è – quasi sempre – la possibilità di sfidare amici e sconosciuti in multiplayer, aggiungendo una buona dose di competitività alla scena.
- Di tipo educativo o divulgativo, in cui ciò che conta è far passare prima di tutto un messaggio e poi vendere un prodotto. Sono un esempio di questi giochi quelli dedicati a particolari tematiche di ordine sociale o legati a contesti specifici. I più giovani risultano essere il target ideale.
E’ sempre bene considerare esattamente che cosa si vuole ottenere con la creazione di un prodotto del genere e stabilire, in funzione degli obiettivi una metodologia e un impianto di progettazione. Se ben gestiti possono essere uno strumento estremamente interessante e potente in grado di dare la giusta visibilità a ciò che vogliamo.
È bene fare un breve accenno anche a possibili effetti indesiderati che possono sussistere, primo fra tutti l’affermazione del gioco sul prodotto. Non sono rari i casi di esperimenti di questo tipo che hanno visto il prevalere del ludico sul pubblicitario. In casi come questi è necessario chiarire che il divertimento non è scopo prioritario (anche se importante) e non deve essere valorizzato in maniera eccessiva. D’altro canto non è nemmeno pensabile il contrario: l’eccessiva “commercializzazione” del tutto appiattirebbe ogni possibile relazione con l’utenza. Un corretto bilanciamento tra questi due poli rappresenta sicuramente la strategia migliore per garantire il successo di un videogame creato apposta per commercializzare un prodotto.
Questa nuova tipologia di advertising è destinata a crescere sempre di più in futuro. Le aziende più all’avanguardia investono sempre più capitali nella creazione di tali strumenti e nella gestione di tali dinamiche. Lo scopo – come sempre – è quello di assicurarsi una fetta sempre maggiore di utenze raggiungendo sempre più persone.
È erroneo pensare che queste soluzioni siano impiegabili esclusivamente da grossi brand: anche le PMI italiane possono trovare in soluzioni di questo tipo un utile compromesso tra costi di produzione e ritorno pubblicitario, certo è che tutto dipende da ciò di cui abbiamo bisogno.
Come sempre la soluzione pubblicitaria migliore è quella più adatta alle nostre esigenze.
Disponibile anche su Web Marketing InnerEye
GOOGLE .= “Dictionary” oppure GOOGLE++ potrebbero scrivere i programmatori abituati alla maggior parte dei linguaggi di programmazione in uso. Per i neofiti, Google aggiunge in via quasi definitiva un servizio in più a quelli già esistenti: Dictionary. Per gli utilizzatori più assidui del motore di ricerca, forse questo servizio era già conosciuto tramite l’utilizzo di “define” nella barra di ricerca, ma ora c’è di più. Google mette a disposizione una sezione del sito apposita, www.google.com/dictionary in cui poter cercare le definizioni per una parola lingua per lingua o tradurla in diverse lingue opzionabili (da non confondere con google translate che esegue una mera traduzione di una frase nella lingua selezionata). Nella pagina risultato della parola cercata è possibile avere la parte legata al dizionario, con lo spelling, la pronuncia ed alcune traduzioni; una seconda parte, con i possibili sinonimi e le altre lingue in cui è presente quella parola ed una terza parte in cui ci sono le vere definizioni: queste non sono presenti all’interno di un database di Google, ma vengono presi i riferimenti in base alle definizioni per quella parola nel web e nella lingua selezionata anche se, come riferimento principale, si ha quasi sempre wikipedia nell’eenco dei risultati.
Fig. 1 Risultati Google Dictionary per "hello"
Nel caso però si voglia solamente avere una definizione della parola cercata, è possibile utilizzare una scorciatoia che mette a disposizione Google direttamente dalla propria barra di ricerca, sia dalla home page del sito, che dalla toolbar. In poche parole, scrivendo “define : hello” veniamo rimandati ad una pagina di risultati particolari, denominata Definizioni Web (Fig 2. – Ma gli stessi risultati si possono trovare nella pagina dei risultati di Google Dictionary – Fig 1.). In questa pagina è possibile visualizzare le definizioni per la parola cercata, presenti su diversi siti web. Vengono fornite anche associazioni di parole in cui è presente quella cercata ed anche la possibilità di trovare definizioni in altre lingue. Da notare che, in linea con i risultati di Google Dictionary, anche qui wikipedia viene utilizzato come principale sito di riferimento. Un’utile funzionalità è che ci viene data la possibilità, come nelle normali ricerche, di cercare la definizione sia nel web, che nella lingua del browser.
Fig 2. Google - define : ciao
Riprendendo quanto scritto all’inizio, Google Dictionary è quasi definitivo, poiché mancano all’appello ancora alcune lingue e l’obiettivo finale sarà quello di correlare un file audio per la pronunica delle parole e qualche file miltumediale dove possibile (al momento queste ultime caratteristiche sono implementate solo per alcuni vocaboli.).
Per le agenzie di consulenza on line e soprattutto per tutte quelle che effettuano delle campagne, e quindi SEM, vi è la possibilità di migliorare la propria competenza e di capire più approfonditamente il concetto che le persone hanno delle parole cecate, dato che le definizioni vengono fornite dal web e da siti, come wikipedia, dove il contenuto può essere fatto da tutti. Nell’imminente futuro dunque, per capire se le nostre keywords possono funzionare al 100%, sarà opportuno correlare le informazioni che possiamo avere dall’analisi delle parole chiave tramite strumenti appositi (come AdWords per i volumi di ricerca) ma anche dai concetti o definizioni che le persone associano a quelle keywords. In questo modo si avrà una maggior precisione nell’impostazione delle campagne e si potranno capire in tempi brevi su quali nuove parole chiave poter puntare per attirare nuovi utenti e quindi nuovi clienti.
Basta un click e “The web 2.0 suicide machine” consente agli utenti del mondo web 2.0 di “suicidare” la propria identità online, di uscire una volta per tutte dai social network e dire addio al mondo web 2.0.
Stando a quanto asserito dai gestori del sito www.suicidemachine.org gli aspiranti suicidi virtuali possono “eliminare tutti falsi amici virtuali” – e “farla finita con il loro alterego Web 2.0″. Il servizio funziona attualmente con Facebook, Myspace, Twitter e LinkedIn e in 52 minuti riesce a fare automaticamente ciò che manualmente richiederebbe oltre nove ore.
L’unico problema, decisamente non trascurabile, riguarda il fatto che per effettuare questo “suicidio assistito” occorre fornire al gestore della suicide machine i dati che permettono l’accesso ai vari social network; in sostanza, nulla garantisce che il profilo non venga copiato prima di essere distrutto, oppure che venga semplicemente spostato su pagine irraggiungibili dal titolare in attesa di futuri utilizzi illeciti.
La risposta del mondo web 2.0 non si è fatta attendere, e Facebook da qualche giorno ha bloccato l’accesso da www.suicidemachine.org. In pratica, non è più possibile “suicidare” il proprio account attraverso questo sito.
Un rappresentante di Facebook ha dichiarato: “Facebook permette a chi non vuole più utilizzare il sito di disattivare il proprio account, oppure di cancellarlo completamente. La Web 2.0 Suicide Machine invece raccoglie le credenziali di accesso dell’utente e questo costituisce una violazione della nostra policy, pertanto l’abbiamo bloccata.”
I gestori della ‘macchina per il suicidio virtuale’ hanno risposto lanciando una petizione per chiedere l’esclusione del suo indirizzo Internet dai siti banditi.
La recita del rosario diventa digitale su I-Phone e sul BlackBerry, e la chiesa Cattolica è sempre più Hi-tech!
Il Rosario Digitale, lanciato dalla Santa chiesa di Loreto, consente di recitare il Santo Rosario con un proprio gruppo di amici o con un gruppo di preghiera già attivo, sentendosi parte di una comunità che prega insieme in uno scenario mondiale. L’applicazione è disponibile da fine novembre 2009 sia in italiano che in inglese alla modica cifra di 4,99€.
Nei giorni subito successivi al lancio è stato toccato il picco di più di 4.000 visitatori unici al giorno e ora si contano più di 400 visite giornaliere con trend in forte crescita.
Associata al sito www.prexcommunion.com, mostra direttamente il testo associato al giorno della settimana, mentre scorrono le immagini e la voce guida inizia la recita delle preghiere. Sul video del cellulare, o al computer, si potrà vedere quante persone nel mondo stanno pregando assieme in quel momento. Gli utenti registrati, tra l’altro, potranno anche proporre agli altri fedeli intenzioni di preghiera pubbliche o private.
Quindi, se a meno di due giorni dal Natale non avete ancora deciso cosa regalare, mettete un bel rosario digitale sotto l’albero…!!!
La notizia ha già fatto il giro della stampa tecnica e di quella generalista: centinaia di migliaia di persone si sono trovate iscritte ad un gruppo “Sosteniamo SILVIO BERLUSCONI contro i FAN di massimo tartaglia“, senza averlo mai sottoscritto. Questo gruppo, evidentemente, nasce come uno dei numerosissimi gruppi bufala su Facebook, strutturati soltanto per attirare membri, ed ha cambiato nome per cavalcare l’ondata mediatica susseguente alla vicenda capitata al nostro presidente del consiglio. Insomma, per capirci (e passatemi l’iperbole): è come iscriversi ad un club di appassionati della lettura (del tipo “Tutti quelli a cui piace leggere un buon libro prima di addormentarsi”), creato ed amministrato da una persona che non conoscete, e poi scoprire che questo amministratore lo fa diventare il circolo dei fan del Manifesto del partito comunista, o del Mein Kampf, se preferite. Effettivamente, a molti potrebbe non far piacere.
Per capirci qualcosa in più, sono interessanti le reazioni degli utenti di Facebook, strutturate questi livelli:
- c’è chi si è ribellato, scrivendo nella bacheca del gruppo ed invitando gli altri a disiscriversi;
- c’è ovviamente chi sostiene la teoria del complotto, pensando che si tratti di una trama ordita dalla destra per controbattere ai numerosi gruppi che inneggiano all’aggressore di Berlusconi, e dei quali molti politici chiedono la chiusura;
- c’è chi ha un amico chiaramente di sinistra iscritto al gruppo e porta il suo nome a testimonianza della truffa.
Intanto, in home del gruppo, l’amministratore ci fa gentilmente sapere:
AVVISO IMPORTANTE
X TUTTI COLORO KE NN SANNO KI è STATO AD ISCRIVERLI!!
E STATO BABBO NATALE KE VI HA ELOGIATO CON IL REGALO PIU’ BELLO.
Insomma, sembra che la vicenda venga ricondotta nella cornice dell’iniziativa isolata di un singolo, probabilmente non del tutto lucido mentalmente: curiosamente (ma neanche tanto), è la stessa fine che sta facendo la vicenda dell’aggressione a Silvio Berlusconi.
Questa strana storia ci fa capire cosa rappresenti Facebook per moltissimi utenti (o meglio, per moltissime persone): uno strumento di definizione identitaria.
Su Facebook, le persone si iscrivono ai gruppi e diventano fan delle pagine per far sapere ai membri delle loro reti sociali quali sono le cose che amano, quelle in cui credono: in breve, chi sono veramente. E lo fanno con la loro identità reale, e non virtuale, non dimentichiamolo mai.
Certo, iscriversi ad un gruppo su Facebook implica un coinvolgimento tendente allo zero nella causa che decidi di sostenere davanti ai tuoi amici: è sufficiente un clic, e si può sempre tornare indietro. Non a caso, infatti, in questo modo si creano soltanto legami molto deboli tra i membri di quel gruppo, i quali raramente interagiscono tra loro
e quasi mai si conoscono, a parte qualche significativa eccezione.
Ma questo non significa che quell’adesione non conti nulla. Infatti, ora, quelle stesse persone si ribellano perché si sentono depredate della propria identità, e vedono il loro nome, il loro cognome, le loro foto, i loro stati entrare in dissonanza con un gruppo a cui non hanno scelto di aderire.



